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Elementi e materiali

Gli elementi della tavola periodica e i materiali che fanno il mondo.

6 min di letturaAggiornato il 01/06/2026elementi materiali

In sintesi

  • Il PVC rigido (RPVC o PVC-U) è il polimero puro, resistente e rigido, usato per tubi e profili.
  • A proteggere il polimero dalla degradazione termica.
  • Per la sua resistenza a un’ampia gamma di sostanze chimiche — acidi, basi, alcoli, sali e grassi — e per la rigidità del PVC non plastificato.
  • Perché l’unità ripetitiva ha un atomo di cloro al posto di un idrogeno rispetto al polietilene.

Il PVC, policloruro di vinile, è la terza plastica più usata dopo polietilene e polipropilene, ed è anche la più «trasformabile»: lo stesso polimero può essere un tubo rigido per fognature o una guaina morbida per cavi, a seconda di quanto plastificante contiene. Capire come additivi e plastificanti cambino radicalmente il materiale è la chiave per usarlo bene.

Vediamo che cos’è il PVC, perché basta un atomo di cloro a renderlo diverso dal polietilene, come si passa dal rigido al plastificato e dove trova le sue applicazioni edili.

Che cos’è il PVC

Il PVC è un termoplastico la cui unità ripetitiva è simile a quella del polietilene, ma con un atomo di cloro che sostituisce uno degli idrogeni. Questa piccola modifica chimica ha conseguenze grandi: il PVC puro è un polimero bianco e fragile, ma diventa il materiale versatile che conosciamo grazie agli additivi.

Ionicotrasferimento di e⁻+Covalentecondivisione di e⁻Metallicomare di e⁻+++++++++
Il legame nel PVC. Lo scheletro è una catena di carbonio come nel polietilene, ma su un carbonio ogni due compare un atomo di cloro al posto di un idrogeno. Il cloro, voluminoso e polare, ostacola l’allineamento regolare delle catene e rende il PVC praticamente amorfo.

Rigido o plastificato

Il PVC esiste in due grandi varietà. Il PVC rigido (RPVC o PVC-U, non plastificato) è il polimero puro: resistente e rigido. Il PVC plastificato (flessibile) si ottiene aggiungendo plastificanti, in genere ftalati, derivati dell’acido ftalico: queste molecole si insinuano fra le catene e le lasciano scorrere l’una sull’altra, rendendo il materiale morbido ed elastico.

Le differenze meccaniche sono marcate. Il PVC rigido ha resistenza a trazione di 41–45 MPa, superiore al polietilene, e un modulo elastico alto (2,5–4,1 GPa), simile al polistirene. Il PVC flessibile è molto più debole (6,9–25 MPa) ma più facile da estrudere e da stampare, e assorbe meglio gli urti.

PVC puro (rigido)  +  plastificante (ftalati) → PVC flessibile

Proprietà PVC rigido (RPVC) PVC plastificato
Resistenza a trazione 41–45 MPa 6,9–25 MPa
Modulo elastico 2,5–4,1 GPa basso
Lavorabilità più difficile facile da estrudere/stampare
Resistenza all’urto bassa a 20 °C, sale al freddo più alta
Uso tipico tubi, profili, lastre guaine, tubi flessibili, pelle sintetica

Gli stabilizzanti

Il PVC ha una scarsa stabilità al calore: durante la lavorazione tende a degradarsi liberando cloro. Per questo il PVC, specie quello flessibile, contiene stabilizzanti termici, oltre a lubrificanti, cariche, pigmenti e altri ausiliari di processo. È proprio la grande varietà di plastificanti e stabilizzanti scelti dai diversi produttori a rendere le proprietà del PVC flessibile molto più variabili rispetto a quelle del rigido.

Le applicazioni edili

Il maggiore impiego del PVC è in edilizia. Il 40–42% del mercato è costituito da tubi (in particolare per fognature) e raccordi, grazie alla resistenza a un’ampia gamma di sostanze chimiche — acidi, basi, alcoli, sali e grassi. Tubazioni flessibili e manichette assorbono un altro 20% circa, film e lastre rigide il 16–19%, e l’isolamento di cavi e fili (come PVC flessibile) il 7–8%. Tra gli usi di consumo: bottiglie, carte, pelle sintetica, pavimentazioni e prodotti gonfiabili.

Perché conta nella pratica

Il PVC è l’esempio perfetto di come la formulazione, non solo il polimero, faccia il materiale. Specificare «PVC» è ambiguo: occorre sapere se rigido o plastificato, con quale plastificante e con quali stabilizzanti, perché queste scelte cambiano resistenza, durata e perfino la compatibilità ambientale e normativa. Per chi lavora con materiali edili o con la conformità chimica, conoscere additivi e plastificanti del PVC è essenziale per anticipare comportamenti meccanici, stabilità al calore e adempimenti sulle sostanze.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra PVC rigido e flessibile?

Il PVC rigido (RPVC o PVC-U) è il polimero puro, resistente e rigido, usato per tubi e profili. Il PVC flessibile si ottiene aggiungendo plastificanti, di norma ftalati, che si inseriscono fra le catene e le lasciano scorrere, rendendo il materiale morbido ed elastico. La quantità di plastificante determina la morbidezza finale, e da essa dipende la destinazione d’uso.

A cosa servono gli stabilizzanti nel PVC?

A proteggere il polimero dalla degradazione termica. Il PVC ha una scarsa stabilità al calore e durante la lavorazione tende a degradarsi liberando cloro; gli stabilizzanti termici prevengono questo fenomeno. Insieme a lubrificanti, cariche e pigmenti, fanno parte della formulazione, ed è la loro varietà a rendere le proprietà del PVC flessibile più variabili di quelle del rigido.

Perché il PVC è così usato in edilizia?

Per la sua resistenza a un’ampia gamma di sostanze chimiche — acidi, basi, alcoli, sali e grassi — e per la rigidità del PVC non plastificato. Il 40–42% del mercato è costituito da tubi (specie per fognature) e raccordi; seguono tubazioni flessibili, film e lastre, e l’isolamento di cavi. È un materiale durevole e adatto a installazioni a lungo termine.

Perché il PVC contiene cloro e cosa comporta?

Perché l’unità ripetitiva ha un atomo di cloro al posto di un idrogeno rispetto al polietilene. Il cloro, ingombrante e polare, ostacola l’allineamento regolare delle catene e rende il PVC praticamente amorfo. Comporta però anche una scarsa stabilità al calore — da qui la necessità di stabilizzanti — e richiede attenzione nella lavorazione e nello smaltimento per evitare il rilascio di cloro.

Il PVC rigido è fragile?

A temperatura ambiente ha una bassa resistenza all’urto (2–8 kJ/m²), quindi tende a essere fragile, ma curiosamente questa resistenza aumenta al freddo, fino a circa 20 kJ/m² a −20 °C. Va comunque usato sotto i 60 °C, perché ad alta temperatura le prestazioni crollano. La sua transizione vetrosa è intorno a 87 °C.

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