Chimica analitica e di laboratorio

Tecniche di laboratorio e controllo qualita’: cromatografia, spettroscopia, titolazioni.

7 min di letturaAggiornato il 31/05/2026chimica analitica

In sintesi

  • È una tecnica di preparazione del campione in cui un analita si distribuisce fra due solventi immiscibili, tipicamente una fase acquosa e un solvente organico.
  • Indica, all’equilibrio e a temperatura costante, il rapporto fra la concentrazione dell’analita nella fase organica e quella nella fase acquosa.
  • Perché, a parità di volume totale di solvente, più estrazioni successive lasciano in acqua molto meno analita di una singola estrazione.
  • Influisce molto, perché solo la forma neutra dell’analita passa bene nel solvente organico, mentre la forma ionizzata resta in acqua.

Quasi nessun campione reale entra direttamente in uno strumento: prima va estratto e ripulito. La forma più antica e intuitiva di estrazione è quella liquido-liquido, in cui un analita si distribuisce fra due solventi che non si mescolano. Il governo di questa distribuzione è una sola grandezza, il coefficiente di ripartizione, e capirla significa sapere quanto solvente serve, quante estrazioni fare e quanto recupero aspettarsi.

Vediamo che cos’è l’estrazione liquido-liquido, come si definisce il coefficiente di ripartizione, perché conviene dividere il solvente in più estrazioni e come si lavora con l’imbuto separatore in pratica.

Che cos’è l’estrazione liquido-liquido

L’estrazione liquido-liquido (LLE, dall’inglese liquid-liquid extraction) sfrutta il fatto che un analita disciolto in una fase acquosa preferisce, in misura diversa, passare in un solvente organico immiscibile con l’acqua. Mettendo a contatto le due fasi e agitando, l’analita si ripartisce fra acqua e solvente fino a raggiungere l’equilibrio. Si separano poi le due fasi e si raccoglie quella che contiene l’analita di interesse. È il metodo classico per trasferire un composto da una matrice acquosa sporca a un solvente pulito, pronto per l’analisi.

fase organica(solvente estraente)fase acquosa(campione)l’analita si ripartisce tra le due fasi
L’estrazione liquido-liquido. L’analita disciolto nella fase acquosa si distribuisce fra acqua e solvente organico immiscibili. All’equilibrio il rapporto fra le due concentrazioni è il coefficiente di ripartizione K. Si separano le fasi e si raccoglie quella che concentra l’analita.

Il coefficiente di ripartizione

All’equilibrio, il rapporto fra la concentrazione dell’analita nella fase organica e quella nella fase acquosa è una costante caratteristica della coppia analita-solvente, a una data temperatura: il coefficiente di ripartizione K. Un valore di K elevato significa che l’analita preferisce nettamente il solvente organico e che l’estrazione sarà efficiente; un valore basso indica che l’analita resta in gran parte nell’acqua e che serviranno più estrazioni o un solvente diverso.

K = CorgCaq  (all’equilibrio, a T costante)

Il coefficiente di ripartizione dipende dalla natura chimica dell’analita e del solvente: vale il principio del «simile scioglie simile», per cui un analita apolare predilige un solvente apolare. Per gli analiti ionizzabili — acidi e basi deboli — il valore effettivo dipende anche dal pH, perché solo la forma neutra passa bene nel solvente organico: aggiustare il pH è quindi una leva potente per spostare l’equilibrio nella direzione voluta.

Perché conviene estrarre più volte

Una domanda pratica decide la riuscita di un’estrazione: dato un certo volume totale di solvente, conviene usarlo tutto in una sola estrazione o dividerlo in più estrazioni successive? La teoria e la pratica concordano: più estrazioni piccole sono più efficienti di una sola grande. Dopo ogni estrazione si scarta la fase organica carica e si aggiunge solvente fresco alla fase acquosa residua, ripartendo di nuovo l’analita rimasto. La frazione che resta in acqua diminuisce a ogni passaggio, e il prodotto di più passaggi lascia in acqua molto meno analita rispetto a una singola estrazione con lo stesso volume complessivo.

qn = (VaqVaq + K·Vorg)n

Nella formula, qn è la frazione di analita ancora presente nella fase acquosa dopo n estrazioni con un volume Vorg di solvente ciascuna. Poiché la base è minore di uno, elevarla a una potenza più alta (cioè fare più estrazioni) abbassa rapidamente la frazione residua. È il motivo per cui in laboratorio si preferisce, ad esempio, estrarre tre volte con porzioni piccole anziché una volta con tutto il solvente.

L’imbuto separatore in pratica

Lo strumento dell’estrazione liquido-liquido è l’imbuto separatore: un recipiente di vetro a forma di pera con un rubinetto in basso. Si introducono la fase acquosa e il solvente, si tappa e si agita capovolgendo più volte, sfiatando spesso per scaricare la pressione dei solventi volatili. Si lascia poi riposare l’imbuto sul sostegno finché le due fasi si separano nettamente, si apre il rubinetto per far defluire la fase inferiore e si raccoglie ciascuna fase nel recipiente giusto. Sapere quale fase sta sopra e quale sotto dipende dalle densità: un solvente più denso dell’acqua, come il diclorometano, sta in basso; uno meno denso, come l’etere o l’esano, sta sopra.

La scelta del solvente parte dalla densità e dalla polarità, perché entrambe condizionano la separazione e l’affinità per l’analita.

Solvente Densità vs acqua Posizione nell’imbuto
Esano meno denso fase superiore
Etere etilico meno denso fase superiore
Acetato di etile meno denso fase superiore
Diclorometano più denso fase inferiore
Cloroformio più denso fase inferiore

Vantaggi, limiti e quando si usa

L’estrazione liquido-liquido è semplice, economica e non richiede attrezzature dedicate, ed è ancora largamente impiegata. Ha però limiti noti: consuma volumi rilevanti di solventi organici, spesso tossici o infiammabili; può formare emulsioni stabili, difficili da rompere, soprattutto con campioni ricchi di tensioattivi o proteine; ed è poco adatta all’automazione. Per questi motivi, in molti laboratori moderni è stata affiancata o sostituita da tecniche come l’estrazione in fase solida e la microestrazione, che riducono i solventi e si automatizzano più facilmente. Resta però il riferimento concettuale: il coefficiente di ripartizione che ne governa l’efficienza è lo stesso principio che sta dietro a quasi tutte le tecniche di estrazione.

Perché conta nella pratica

Per il tecnico di laboratorio, capire la ripartizione significa progettare l’estrazione invece di improvvisarla: scegliere il solvente con il K giusto, regolare il pH per gli analiti acidi o basici, decidere quante estrazioni fare per raggiungere il recupero richiesto. Sono decisioni che incidono direttamente sull’affidabilità del dato analitico e sul consumo di solventi e tempo. Anche quando si lavora con tecniche più moderne, il ragionamento sulla ripartizione resta la chiave per impostare e validare un metodo di preparazione del campione.

Domande frequenti

Che cos’è l’estrazione liquido-liquido?

È una tecnica di preparazione del campione in cui un analita si distribuisce fra due solventi immiscibili, tipicamente una fase acquosa e un solvente organico. Agitando le due fasi a contatto, l’analita si ripartisce fino all’equilibrio; si separano poi le fasi e si raccoglie quella che lo contiene. Serve a trasferire un composto da una matrice sporca a un solvente pulito, pronto per l’analisi strumentale.

Che cosa indica il coefficiente di ripartizione K?

Indica, all’equilibrio e a temperatura costante, il rapporto fra la concentrazione dell’analita nella fase organica e quella nella fase acquosa. Un K alto significa che l’analita preferisce il solvente organico e che l’estrazione è efficiente; un K basso che resta in gran parte nell’acqua. Dipende dalla natura chimica di analita e solvente e, per le specie ionizzabili, anche dal pH.

Perché si fanno più estrazioni con poco solvente invece di una sola?

Perché, a parità di volume totale di solvente, più estrazioni successive lasciano in acqua molto meno analita di una singola estrazione. A ogni passaggio si scarta la fase organica carica e si ripartisce di nuovo l’analita residuo con solvente fresco. La frazione residua si abbassa come una potenza del numero di estrazioni, per cui tre estrazioni piccole superano nettamente una grande.

Come influisce il pH sull’estrazione di un acido o di una base debole?

Influisce molto, perché solo la forma neutra dell’analita passa bene nel solvente organico, mentre la forma ionizzata resta in acqua. Per estrarre un acido debole si abbassa il pH così da neutralizzarlo; per una base debole si alza il pH. Regolare il pH è quindi una leva diretta per spostare l’equilibrio di ripartizione e massimizzare il recupero nella fase organica.

Che cos’è un’emulsione e perché è un problema?

È una dispersione stabile di gocce di una fase nell’altra, che impedisce la netta separazione dei due strati nell’imbuto separatore. Si forma facilmente con campioni ricchi di tensioattivi, proteine o grassi. È un problema perché blocca la raccolta pulita delle fasi; si combatte aggiungendo sale, cambiando solvente, centrifugando o lasciando riposare a lungo. È uno dei limiti pratici dell’estrazione liquido-liquido.

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