Chimica analitica e di laboratorio

Tecniche di laboratorio e controllo qualita’: cromatografia, spettroscopia, titolazioni.

6 min di letturaAggiornato il 31/05/2026chimica analitica

In sintesi

  • Perché solo l’area è proporzionale al numero di idrogeni: un picco stretto e alto può avere la stessa area di uno largo e basso.
  • Si normalizzano i valori grezzi dividendoli per il più piccolo (o assegnando «1» a un segnale che vale un solo protone) e si ottengono rapporti interi, come 3:2:1.
  • No, dà solo il numero relativo.
  • Sì.

Lo spostamento chimico dice che tipo di protone è; la molteplicità dice quanti vicini ha; l’integrazione dice quanti sono. L’area di ciascun segnale è proporzionale al numero di idrogeni che lo generano, e questo conteggio è spesso ciò che chiude un’interpretazione strutturale. Imparare a leggere le integrazioni — e i loro rapporti — è essenziale.

Vediamo perché l’area di un segnale conta i protoni, come si leggono i rapporti di integrazione, perché contano i rapporti e non i valori assoluti e come si combina l’integrazione con le altre informazioni.

L’area conta i protoni

In uno spettro ¹H, l’area sotto ogni segnale (non la sua altezza) è proporzionale al numero di idrogeni che lo producono. Un gruppo CH₃ dà un’area tripla rispetto a un CH; un CH₂ un’area doppia. Lo strumento misura queste aree e le rappresenta con una curva di integrazione a gradini: l’altezza di ciascun gradino è proporzionale all’area del segnale sottostante, cioè al numero di protoni.

L’integrazione: l’area conta i protoni (3:2:1)–CH₃ (3H)–CH₂– (2H)CHO (1H)1231086420l’altezza del gradino è proporzionale al numero di idrogeni · δ (ppm)
L’integrazione dei segnali. L’area di ogni picco è proporzionale al numero di idrogeni: qui un CH₃ (3H), un CH₂ (2H) e un CHO (1H) danno gradini di altezza 3, 2 e 1. Conta il rapporto fra le aree, non i valori assoluti.

Perché l’area e non l’altezza

Si potrebbe pensare di contare i protoni dall’altezza dei picchi, ma sarebbe sbagliato: un segnale stretto e alto può avere la stessa area di uno largo e basso. Ciò che è davvero proporzionale al numero di nuclei è l’area integrata, perché tiene conto sia dell’altezza sia della larghezza. Per questo gli strumenti calcolano l’integrale e non si fidano del picco massimo. Un segnale allargato (per esempio un O–H) può essere basso ma rappresentare comunque un solo protone.

area del segnale ∝ numero di protoni  →  rapporti interi (es. 3 : 2 : 1)

Contano i rapporti, non i valori assoluti

L’NMR fornisce il numero relativo di protoni, non quello assoluto. Le integrazioni vanno quindi lette come rapporti: se tre segnali danno aree 3, 2 e 1, il rapporto è 3:2:1, che potrebbe corrispondere a 3H, 2H, 1H, ma anche a 6H, 4H, 2H. Per fissare i numeri assoluti serve un’informazione esterna, di solito la formula molecolare (per esempio dalla spettrometria di massa): conoscendo il numero totale di idrogeni, si traduce il rapporto in conteggi precisi.

Un esempio di lettura

Immaginiamo uno spettro con tre segnali. Mettendo in tabella spostamento, molteplicità e integrazione, l’interpretazione diventa immediata:

δ (ppm) Molteplicità Integrazione Interpretazione
1,2 tripletto 3 CH₃ accanto a un CH₂
3,6 quartetto 2 CH₂ accanto a un CH₃
2,5 singoletto largo 1 O–H (scambiabile)

L’integrazione 3:2:1, combinata con la molteplicità, racconta molto: l’area 3 con tripletto = un CH₃ accanto a un CH₂; l’area 2 con quartetto = un CH₂ accanto a un CH₃ (insieme, un gruppo etile); l’area 1 con segnale largo = probabilmente un O–H. In pochi passaggi, dalle tre aree e dalle tre molteplicità, si ricostruisce un frammento –CH₂–CH₃ legato a un –OH.

Perché conta nella pratica

L’integrazione è il conteggio che chiude il puzzle strutturale: insieme allo spostamento chimico e alla molteplicità, dice quanti idrogeni ci sono in ogni intorno e permette di assegnare tutti gli atomi di una molecola. Nel controllo qualità è anche uno strumento quantitativo: il rapporto fra le aree di componenti diversi misura la composizione di una miscela, la purezza di un prodotto, il rapporto fra isomeri. Saper leggere e normalizzare le integrazioni è quindi una competenza sia per identificare le sostanze sia per quantificarle.

Domande frequenti

Perché in NMR conta l’area e non l’altezza del picco?

Perché solo l’area è proporzionale al numero di idrogeni: un picco stretto e alto può avere la stessa area di uno largo e basso. Lo strumento calcola l’integrale, che tiene conto di altezza e larghezza insieme, e lo rappresenta con una curva a gradini. Fidarsi dell’altezza porterebbe a contare male i protoni, soprattutto per i segnali allargati.

Come si leggono i rapporti di integrazione?

Si normalizzano i valori grezzi dividendoli per il più piccolo (o assegnando «1» a un segnale che vale un solo protone) e si ottengono rapporti interi, come 3:2:1. Questi rapporti, combinati con la molteplicità, dicono quanti idrogeni ci sono in ogni intorno chimico. L’NMR fornisce numeri relativi, quindi è il rapporto a contare, non il valore assoluto.

L’integrazione dà il numero assoluto di protoni?

No, dà solo il numero relativo. Un rapporto 3:2:1 può corrispondere a 3H:2H:1H oppure a 6H:4H:2H. Per stabilire i numeri assoluti serve un’informazione esterna, di solito la formula molecolare ricavata dalla spettrometria di massa: conoscendo il totale degli idrogeni si traduce il rapporto in conteggi precisi.

Si può usare l’integrazione per quantificare una miscela?

Sì. Poiché l’area è proporzionale al numero di nuclei, il rapporto fra le aree di segnali appartenenti a componenti diversi misura la loro proporzione. È alla base dell’NMR quantitativo, usato per determinare la purezza di un prodotto, il rapporto fra isomeri o la composizione di una miscela, a patto di scegliere segnali ben isolati e di rispettare le condizioni di misura corrette.

Perché un O–H può avere un’integrazione «strana»?

Perché i protoni scambiabili come O–H e N–H danno spesso segnali larghi e di intensità variabile, influenzati da scambio, concentrazione e umidità. La loro area può risultare meno affidabile di quella dei protoni legati al carbonio. Per questo, nell’analisi quantitativa, si preferiscono segnali netti e stabili, e per i protoni scambiabili si ricorre anche allo scambio con D₂O per identificarli.

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