Chimica analitica e di laboratorio

Tecniche di laboratorio e controllo qualita’: cromatografia, spettroscopia, titolazioni.

7 min di letturaAggiornato il 31/05/2026chimica analitica

In sintesi

  • L’analisi qualitativa risponde a “che cosa c’è?” identificando i componenti dai tempi di ritenzione (confrontati con standard); quella quantitativa risponde a “quanto ce…
  • Il tempo di ritenzione dipende dalle condizioni: colonna, temperatura, composizione e flusso della fase mobile.
  • È una misura dell’efficienza della colonna: più piatti significano picchi più stretti e separazioni migliori.
  • Il criterio operativo è la risoluzione: con Rs ≥ 1,5 i picchi sono separati alla linea di base e le aree sono integrabili in modo affidabile.

La cromatografia è la tecnica più usata nei laboratori chimici di tutto il mondo per separare i componenti di una miscela, poi identificarli e quantificarli. Se lavori nel controllo qualità di un’azienda chimica, quasi ogni certificato di analisi che firmi nasce qui: la purezza di una materia prima, il titolo di un principio attivo, la presenza di un’impurezza al di sotto di una soglia di legge.

In questo articolo vediamo come funziona davvero una separazione cromatografica, i quattro parametri che la descrivono (fattore di ritenzione, efficienza, selettività e risoluzione) e l’equazione di van Deemter, che spiega perché esiste una velocità ottimale di lavoro. È la base comune a gascromatografia, HPLC e a tutte le tecniche derivate.

Il principio: due fasi, una mobile e una stazionaria

Ogni separazione cromatografica si gioca tra due elementi che non si mescolano:

  • una fase stazionaria, fissa, contenuta nella colonna: un solido poroso oppure un liquido legato a un supporto;
  • una fase mobile (un gas o un liquido) che attraversa la colonna trascinando con sé il campione.

I componenti della miscela si distribuiscono continuamente tra le due fasi. Chi ha più affinità per la fase stazionaria viene trattenuto più a lungo e avanza lentamente; chi preferisce la fase mobile esce prima. È questa differenza di velocità di migrazione a separare le sostanze nello spazio e nel tempo.

fase mobileIniettoreColonnafase stazionaria (impaccamento)RivelatoreCromatogramma
Schema di un sistema cromatografico. La fase mobile trasporta il campione iniettato attraverso la colonna, dove la fase stazionaria opera la separazione; il rivelatore traduce l’uscita in un cromatogramma.

Come si legge un cromatogramma

Il risultato dell’analisi è il cromatogramma: il segnale del rivelatore in funzione del tempo. Ogni sostanza separata genera un picco. Due informazioni contano sopra ogni altra:

  • la posizione del picco (il tempo di ritenzione) dice che cosa è: serve per l’identificazione;
  • l’area del picco è proporzionale alla quantità: serve per la quantificazione.
tM (tempo morto)tR1tR2tR3Wtempo →segnale del rivelatore
Un cromatogramma reale. Tre componenti separati: ogni picco è individuato dal suo tempo di ritenzione (tR); la larghezza alla base (W) misura quanto il picco si è allargato durante la corsa. Il tempo morto tM è quello di una specie non trattenuta.

I parametri di una separazione

Per descrivere una separazione in modo quantitativo — e per metterla a punto — si usano quattro grandezze. La prima è il fattore di ritenzione k, che dice quante volte una sostanza è più trattenuta rispetto a una specie che non interagisce con la colonna:

k = tR − tMtM

Un valore di k tra 2 e 10 è in genere l’ideale: sotto, i picchi escono troppo presto e male separati; sopra, l’analisi diventa inutilmente lunga.

Efficienza: il numero di piatti teorici

Più un picco resta stretto, più la colonna è efficiente. L’efficienza si misura con il numero di piatti teorici N: maggiore è N, più netta è la separazione. Si ricava direttamente dal cromatogramma:

N = 16 · (tRW)2

dove W è la larghezza del picco alla base. Una colonna capillare GC moderna può avere centinaia di migliaia di piatti. Spesso si ragiona anche in termini di altezza equivalente a un piatto teorico, H = L/N, dove L è la lunghezza della colonna: più H è piccola, migliore è l’efficienza per unità di lunghezza.

La risoluzione: quando due picchi sono davvero separati

Identificare e quantificare richiede che i picchi vicini siano distinti. La risoluzione Rs mette insieme distanza tra i picchi e loro larghezza:

Rs = 2 (tR2 − tR1)W1 + W2

Il valore di riferimento è Rs ≥ 1,5: a quel punto due picchi sono separati alla linea di base e l’integrazione delle aree è affidabile. Sotto 1,0 i picchi si sovrappongono e la quantificazione perde di senso.

L’equazione di van Deemter: esiste una velocità ottimale

Verrebbe da pensare che andare più veloci faccia solo risparmiare tempo. In realtà la velocità della fase mobile u influenza l’allargamento dei picchi in modo non banale. Lo descrive l’equazione di van Deemter:

H = A + Bu + C · u

I tre termini hanno un significato fisico preciso:

  • A — vie multiple (diffusione di Eddy): il campione segue percorsi di lunghezza diversa tra le particelle. Indipendente dalla velocità.
  • B/u — diffusione longitudinale: il campione diffonde lungo la colonna; pesa molto a velocità basse.
  • C·u — resistenza al trasferimento di massa: a velocità alte il campione non fa in tempo a equilibrarsi tra le fasi; pesa molto a velocità alte.
uoptHminH totaleB / u (diffusione)C · u (trasferim. massa)A (vie multiple)velocità della fase mobile u →altezza di piatto H (più bassa = meglio)
La curva di van Deemter. L’altezza di piatto H è la somma di tre contributi: la diffusione (B/u) domina a basse velocità, il trasferimento di massa (C·u) ad alte velocità. Il loro equilibrio definisce una velocità ottimale uopt a cui la colonna rende il massimo (H minima).

La curva ha un minimo: a uopt la colonna lavora al meglio. Lavorare un po’ più veloci della velocità ottimale è una scelta comune nella pratica, perché si perde poca efficienza ma si guadagna molto tempo per ogni analisi.

Le famiglie di tecniche

Tutte le tecniche condividono questi principi; cambiano fase mobile, stato del campione e meccanismo di separazione.

Tecnica Fase mobile Campioni tipici Meccanismo
Gascromatografia (GC) gas inerte composti volatili: solventi, aromi, residui ripartizione/adsorbimento
Cromatografia liquida (HPLC) liquido in pressione principi attivi, additivi, polimeri ripartizione, adsorbimento, scambio
Cromatografia ionica liquido (eluente ionico) anioni e cationi inorganici scambio ionico
TLC (strato sottile) liquido controlli rapidi e qualitativi adsorbimento

A cosa serve davvero nel controllo qualità

Nel lavoro quotidiano la cromatografia risponde a domande molto concrete: questa materia prima è pura come dichiara il fornitore? Il lotto rispetta il titolo richiesto dal capitolato del cliente? Ci sono solventi residui oltre i limiti? Quante e quali impurezze di degradazione sono comparse dopo lo stress test di stabilità?

I dati che ne escono non restano in laboratorio: alimentano anche i documenti di conformità. La composizione e le impurezze rilevanti vanno riportate correttamente nella scheda dati di sicurezza del prodotto, e la quantificazione di solventi e sostanze pericolose è un dato di partenza per la valutazione del rischio chimico di chi quei prodotti li maneggia.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra analisi qualitativa e quantitativa?

L’analisi qualitativa risponde a “che cosa c’è?” identificando i componenti dai tempi di ritenzione (confrontati con standard); quella quantitativa risponde a “quanto ce n’è?” misurando l’area dei picchi rispetto a una curva di taratura. Quasi tutto il controllo qualità è quantitativo.

Perché la stessa sostanza può avere tempi di ritenzione diversi?

Il tempo di ritenzione dipende dalle condizioni: colonna, temperatura, composizione e flusso della fase mobile. Per questo i confronti vanno fatti nelle stesse condizioni e con standard analizzati nella stessa sequenza analitica.

Che cos’è il numero di piatti teorici?

È una misura dell’efficienza della colonna: più piatti significano picchi più stretti e separazioni migliori. Si calcola dal cromatogramma con N = 16 (tR/W)² e serve a confrontare colonne e a verificare che una colonna non si sia degradata nel tempo.

Quando una separazione è “abbastanza buona”?

Il criterio operativo è la risoluzione: con Rs ≥ 1,5 i picchi sono separati alla linea di base e le aree sono integrabili in modo affidabile. È il valore che di solito si richiede in un metodo validato.

Conviene sempre andare alla velocità ottimale di van Deemter?

Non necessariamente. La velocità ottimale dà la massima efficienza, ma spesso si lavora leggermente più veloci: si perde poca risoluzione e si riducono molto i tempi di analisi, un compromesso quasi sempre vantaggioso nei laboratori ad alto carico di campioni.

Approfondisci: la teoria della cromatografia

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Avvertenza. Questo articolo ha finalità informative e divulgative e riflette la normativa vigente alla data di pubblicazione; le scadenze indicate possono essere modificate da provvedimenti successivi. Non sostituisce la verifica tecnica del singolo prodotto e del caso specifico. A cura della Redazione di ChimicaConforme.